IL REFERENDUM DEL 22 OTTOBRE 2017.

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18 luglio 2017 di repven

sanmarco5

IL REFERENDUM DEL 22 OTTOBRE 2017.

Di Nicola Busin

Con referendum del prossimo 22 ottobre, dato il quesito dell’autonomia per il Veneto, si è aperta in realtà una grande opportunità per far capire a Roma e alle comunità internazionali l’esistenza del popolo Veneto.

Con un voto plebiscitario per il SI anche i politici più refrattari a qualsiasi cambiamento toccheranno con mano la presenza nel territorio che fu della Serenissima Repubblica di una popolazione che non si ritiene italiana, anzi che spesso prova disgusto ad essere così definita. Troppe le differenze, troppi gli obiettivi dissimili e molte volte inconciliabili.

Ormai il procurato torpore imposto a livello nazionale in particolare con i media, le tv, i giornali, ha fatto il suo tempo. In particolare in Veneto si è sviluppata una organizzazione sempre più radicata che persegue l’indipendenza, forte di una storia millenaria fatta di benessere, di sviluppo culturale e produttivo ai massimi livelli mondiali.

I veneti, che nella penisola sono presenti anche nelle aree geografiche limitrofe alla regione italiana, sono ormai consapevoli che l’unico futuro possibile li vede distanti da Roma, non più sottomessi ai diktat di un governo rapace e canaglia che ha la sola capacità di definire solidarietà un furto costante di enormi ricchezze. Una solidarietà che significa mantenere un apparato pubblico che in Veneto conta 32 dipendenti ogni mille abitanti mentre in altre regioni supera i 70. Data la dinamicità e il costante supporto del pubblico quantomeno a livello burocratico per le tante attività presenti nella nostra regione, è veramente difficile dare un senso allo spropositato numero di dipendenti pubblici in altre regioni silenti, con un numero di imprese infinitamente più piccolo.

In questa Italia unita con la barbarie e l’inganno solo per le manie di grandezza di una casata reale e dei suoi pochi accoliti, le differenze anziché diminuire sono irreparabilmente aumentate, un solco sempre più profondo si è formato in particolare tra i veneti ed il resto dell’Italia. Quella che fu la più ricca civiltà del rinascimento costretta dopo l’annessione al regno sabaudo ad eclissarsi, la sua popolazione ad emigrare forzatamente per circa la metà e nonostante questo storicamente sempre tra le prime aree come gettito fiscale a favore prima del regno poi della repubblica. Questa situazione si sta riproponendo adesso, primi in Italia in proporzione a vedere i propri figli costretti ad andare all’estero, quasi sempre con una laurea e tanta preparazione. Inutile pensare quanti posti di lavoro, anche di alto livello, potrebbero essere creati nel nostro territorio senza la costante rapina fiscale.

Tutti questi 151 anni di imposta cultura nazionalista e risorgimentale non sono però riusciti a scalfire la immensa cultura veneta, a tutti i livelli, nella scrittura, nella lingua come nelle arti e nella politica. Una politica che deve rinascere sulle basi della storia patria, prima e più longeva repubblica al mondo, con la fierezza di leggere nei libri pagine di rettitudine, di buon governo paragonate alla cialtroneria romana attuale.

Il tema di questo referendum non è quindi partitico, di destra, sinistra o centro, non è a favore di Zaia e della Lega, è solo a favore dei veneti. Alcuni gruppi, personaggi anche di chiara fede indipendentista, mettono in discussione questo referendum perché proposto da una parte politica che ha sempre illuso il popolo con promesse mai mantenute. L’auspicio è che la presenza al voto con un responso affermativo sia così plebiscitario da sopraffare anche gli stessi politici che lo hanno proposto, un risultato così forte al di là dei colori politici che certifichi a livello internazionale la presenza di questo profondo solco che divide i veneti dall’Italia, non tanto geograficamente quanto culturalmente, economicamente e socialmente, in ogni caso non nel senso di chiusura ma per permettere una maggiore apertura al mondo, liberi dalle catene romane.

Probabilmente poco si otterrà a livello di autonomia ma sarà l’inizio di un processo inarrestabile di riappropriazione identitaria, di comprensione dell’insofferenza ad un potere romano che tutto pretende e nulla concede, insensibile anche ai temi civili e di rispetto delle nostre tradizioni che siano lingua o qualsiasi altra cosa.

Dopo 151 anni è la prima volta che ufficialmente ci è concesso dichiarare la nostra esistenza: andiamo a votare compatti e votiamo SI, solo così inizierà il “mondo novo”.

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