ITALIA: IL TEATRO DELL’ASSURDO.

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31 maggio 2018 di repven

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ITALIA: IL TEATRO DELL’ASSURDO.
di Nicola Busin

Questi ultimi eventi politici italiani rendono sempre più palese il totale fallimento dello stato italiano così come strutturato. Una carta costituzionale che è liberticida nel momento in cui obbliga tutti i territori a restare uniti (Italia una e indivisibile); un popolo che si prescrive unito e “schiavo di Roma” come recita l’inno nazionale anche non è mai esistito in quanto nelle italiche terre vivono varie popolazioni ben distinte.

Tra tutti gli stati europei l’Italia rappresenta il teatro dell’assurdo, frase coniata da Martin Esslin nel 1961 con la pubblicazione “The theatre of the absurd” e ne ripercorre gli aspetti filosofici. Che senso ha tenere unite popolazioni così diverse, con comportamenti, obiettivi, stili sociali e di vita così scarsamente conciliabili? Le condizioni imposte da uno stato centrale che non è mai riuscito ad omogeneizzare la realtà economica e sociale nei vari territori non hanno più alcun senso. Uno stato che ha compensato nel tempo l’incapacità endemica di creare ricchezza di varie aree stampando moneta e decuplicando il debito pubblico finché la moneta era di propria competenza (lire) e si è poi trovato succube ed incapace di reagire quando è entrato nell’euro. Perché l’entrata nella moneta unica europea ha impedito di stampare in proprio e quindi le macroscopiche differenze economiche dei vari territori sono state compensate prelevando ricchezza dalle zone produttive, creando di fatto aree diffusamente parassitarie e impoverendo drasticamente le zone avanzate.

Da evidenziare che la aree produttive coincidono con ben determinati popoli dato che la supposta italianità è una imposizione relativamente recente e del tutto impropria. Quindi ci troviamo di fronte ad una situazione assurda in cui l’incapacità di alcune popolazioni di creare sviluppo produttivo, di saper organizzare le varie amministrazioni e servizi pubblici cade sulle spalle di altre popolazioni con il risultato di produrre il lento e costante fallimento anche delle aree economicamente avanzate.

Attualmente grazie al famoso Q.E. della banca centrale europea , cioè grazie all’acquisto di una buona parte del debito pubblico italiano da parte della BCE, la tragica disparità economica è stata per una parte compensata, ma non potrà durare in eterno.

Arrivati a questo punto alcuni popoli chiedono ormai da anni la loro indipendenza, richiesta che non trae origine solo dalle questioni economiche: il popolo veneto in particolare rivendica le proprie antiche origini, la propria lingua ancora parlata come prima lingua da più del 70 % dei residenti , una storia di mille e cento anni di Serenissima Repubblica, una cultura che pone il lavoro quale priorità di vita. Per i veneti rimanere in uno stato che ha come obiettivo la continua e metodica spoliazione di ogni propria risorsa diviene sempre più una assurdità: nella storia di 152 anni di aggregazione all’Italia l’area veneta non ha mai prodotto debito pubblico in quanto costantemente in attivo.

Soluzioni possibili per tenere unita questa Italia partono proprio dalla capacità centrale di responsabilizzare i vari territori, le varie popolazioni, troppo abituate in molti casi nel vedere lo stato solo come un datore di lavoro, come la diligenza del Far West sempre oggetto di depredazioni, ma non è semplice. Su questo aspetto una élite di intellettuali sparsi in tutta la penisola propone uno stato federato in cui ogni area sia fortemente autonoma e quindi responsabile del proprio operato, ipotesi purtroppo ancora nel libro dei sogni. In ogni caso anche nelle zone in difficoltà economica sono presenti notevoli potenzialità e un gran numero di persone intelligenti e preparate che hanno capito da tempo che queste disparità non sono più accettabili. Si tratta di capire se le popolazioni locali abbiano la volontà di eleggere una nuova classe politica e dirigente, svincolata dal potere corrotto e dal malaffare nonostante uno stato centrale attualmente poco interessato alla questione.

L’unico possibile risanamento dei conti pubblici è quello di eliminare la spesa pubblica inutile portando tutto il territorio nazionale su simili standard in tutti i settori, prendendo come riferimento alcune aree benchmark come il Veneto e migliorando contestualmente i servizi per i cittadini attraverso politiche di controllo rigorose. Certo è che la soluzione non è quella di dilatare la spesa pubblica ed i fenomeni di diffuso parassitismo e su questo tema le popolazioni italiane virtuose devono essere supportate dall’intera comunità europea che ha il dovere a questo punto di evidenziare le palesi storture e di trovare metodi e sistemi per eliminarle.

In ogni caso il ruolo della comunità europea non deve essere quello di considerare i cittadini in base ai fittizi confini delle nazioni esistenti ma quello di permettere che i vari popoli presenti abbiano la possibilità di essere liberi nei propri territori e non soggiogati da tirannici poteri centrali.

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